Feralpisalò, Beggi: 'Giovani e tecnici il nostro futuro'

15-09-2017

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Che il settore giovanile sia uno dei fiori all’occhiello del club verdeblu è risaputo. L’attenzione che viene riposta nella formazione dei giovani atleti, sia essa puramente sportiva che sotto il profilo umano, è una missione tracciata fin dal 2009. Il miglioramento passa anche attraverso il potenziamento della struttura interna.

La Feralpisalò non si adagia sugli ottimi risultati ottenuti nell’arco delle ultime annate e vuole continuare, per l’appunto, a migliorarsi. Per fare ciò si affida all’esperienza di Cesare Beggi: classe 1972, il quale porta con sé la qualifica di coordinatore sportivo del settore giovanile. Allenatore Uefa A, ex tecnico degli Allievi del Milan (col quale ha vinto il campionato), della Primavera del Palermo e con esperienze all’attivo nelle prime squadre di Spezia, Bari e Ascoli come allenatore in seconda, è reduce da un’avventura professionale nella Academy del Leeds United: in Inghilterra ha ricoperto lo stesso ruolo (Head of Coaching) che ha iniziato a svolgere nel club verdeblu. Ma quali saranno i compiti? Lo chiediamo al diretto interessato.


INTERVISTA  A CESARE BEGGI

Benvenuto Cesare. Il ruolo di coordinatore sportivo del settore giovanile è una novità nel movimento calcistico del club.

Il mio compito ha due direzioni principali: la prima è quella che mi vede a disposizione degli allenatori, una sorta di guida per tutti i tecnici del settore giovanile. Ho un’esperienza ventennale sul campo, dal settore giovanile alle prime squadre. Avrò il compito di stare al loro fianco e trovare assieme a loro le strade che portino ad un miglioramento dei giovani. Il secondo ramo di attività è quello dedicato ai calciatori: assieme agli allenatori dovremo individuare quegli atleti del nostro vivaio che hanno maggiori speranze per fare il salto verso il professionismo. Si tratterà di lavorare con programmi personalizzati. L’obiettivo è quello di portare tre o quattro giocatori nella prima squadra ogni anno, anche se sappiamo che non è facilissimo.

Tu hai un passato da allenatore. Hai iniziato giovanissimo.

Ho giocato poco, ma il mio desiderio di vivere il calcio mi ha portato a portare inizialmente a frequentare l’ISEF. Il percorso di studi prevede la possibilità di integrare durante il periodo di studi un lavoro sul campo, preferibilmente con i piccoli. Ho iniziato ad allenare che studiavo ancora. Ho iniziato ad occuparmi degli esordienti e, via via, squadre sempre più grandi. L’approdo in staff professionistici è stato una conseguenza del precedente lavoro con Allievi e Primavera. Lavorare tanti anni nel settore giovanile ti porta ad affinare l’occhio, in modo da poter capire chi ha maggiori potenzialità per fare il cosiddetto “passo successivo”.

Sappiamo che hai lavorato con tanti giovani adesso affermati in Serie A.

Al Milan ho avuto la fortuna di trovare Petagna e Cristante, ma anche Barberis del Crotone che ho avuto nella Primavera del Palermo. Ho allenato ragazzi forti. Ce ne sono tanti altri che fanno professionisti anche in Serie C.

Prima hai parlato di ragazzi che devono fare il passo successivo. Su cosa si concentra il lavoro che dovrete svolgere?

Le situazioni sono soggettive. Bisogna individuare le potenzialità dell’atleta e, su questa base, trovare ciò che manca. Per qualcuno c’è una carenza fisica, per qualcun altro è tecnico-tattica. Per altri è l’atteggiamento o il carattere. L’intervento viene fatto a trecentosessanta gradi. Con ogni giocatore si crea un percorso personale. La mia posizione, avendo un ruolo diverso da quello dell’allenatore, è spesso di analisi fredda che, dal punto di vista lavorativo e professionale, costituisce un vantaggio.

Il tuo ruolo ti porta quindi a rimanere sul campo. Abbiamo capito che sei più da tuta che da giacca, insomma.

Sì assolutamente da tuta e scarpe da calcio. Sarò in campo tutti i giorni. In queste prime settimane mi sono concentrato sulla Berretti fino ai Giovanissimi 2004. Sono stato fortunato perché le squadre si alternavano negli allenamenti. Ora dovrò fare delle scelte: le categorie più “anziane” hanno un posto privilegiato. Abbiamo giocatori che sono quasi al termine del percorso e dobbiamo lavorare su questi, per poi proseguire il lavoro anche sui più giovani. Parallelamente c’è il percorso relativo ai tecnici: a loro mi permetto di dare dei consigli ed essere, nei limiti del possibile, una guida. Sta nascendo un bel rapporto sia con loro che con il responsabile Pietro Strada: lavoriamo in piena collaborazione e nel rispetto delle gerarchie e competenze.

Questo incarico dà ancor più valore all’impegno della società verso il settore giovanile. Se per la società è una novità, tu avevi già svolto questo incarico al Leeds.

Il fatto di averlo sperimentato in Inghilterra, al netto di qualche difficoltà sulla comunicazione, mi permette di essere avvantaggiato. Cerco di interpretare il ruolo non come capo, ma come supporto. Sono un allenatore e in quanto tale so che l’allenatore non vuole un capo, ma gente con cui confrontarsi giornalmente. Di sicuro da me non avranno ordini su come dovrà giocare la squadra.

È un ruolo di grande responsabilità, specie in un club che punta da sempre tantissimo sul settore giovanile.

Sento questa responsabilità perché vedo che il club è maturo nelle sue componenti per sposare un progetto giovani.

Non è sbagliato dire che in Italia si investe ancora troppo poco sul settore giovanile?

Purtroppo no. Si investe ancora poco in termini di strutture e competenze. Credo che si possa fare molto meglio. La tendenza per fortuna sta cambiando. Ci sono società che pensano di poter investire solo per uno o due anni, aspettandosi di avere il fenomeno in casa. Purtroppo in questo ambito l’investimento deve essere fatto a lungo termine, poi si potrà tracciare un bilancio nel medio periodo. Di stella ne nasce una ogni tanti anni, ma c’è la possibilità di individuare e crescere talenti che possano comunque entrare nel giro della prima squadra. Fondamentale è avere fiducia nei giovani: l’Atalanta è un esempio di come, anche rischiando, si possa introdurre quasi ogni anno giovani elementi. Il settore giovanile deve essere visto come investimento e non come costo.